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STORIA

 
Nota storica di Fabio Simonelli

 L’antico territorio di Arce deve essere identificato con l’arx Fregellana ricordata da Tito Livio nei suoi Annales composti fra il 27 e il 17 d. C., l’Arcanum di Quinto Cicerone in epoca repubblicana e l’Arcis citata nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate che in questa sua opera a carattere geografico, databile a metà circa del secolo VII (650 ca.), pone l’antico castrum al centro di un importante itinerario, dimostrandone il ruolo strategico avuto nella Valle del Liri sin dall’alto medioevo.Un’area geografica, quindi, molto vasta che studi recenti hanno dimostrato comprendere, oltre all’attuale comune di Arce, anche quello vicinissimo di Rocca d’Arce.Il luogo con la sua caratteristica di rocca naturale ebbe una rilevanza strategico-militare non indifferente e basti ricordare soltanto il ruolo determinante svolto durante la seconda guerra sannitica, nel secolo III a. C. Da allora in poi non consta che fu più abitata dai Romani. Gli storici antichi riprendono a parlare dell’importante rocca, questa volta con il nuovo e definitivo nome di Arce – trasmigrato in seguito all’attuale paese in basso -, a partire dal 702, anno in cui riprende l’invasione longobarda: ciononostante prove attendibili circa la sua esistenza anche per il secolo precedente esistono come testimonia l’opera dell’Anonimo Ravennate di cui si è già fatto cenno. Dovendosi,quindi, datare la rifondazione tra l'inizio del secolo V e la seconda metà del VII, considerando la predominante caratteristica militare di questa posizione, si può supporre con un buon margine di certezza che la rocca d'Arce sia stata costruita per necessità belliche durante le guerre gotiche o al tempo della prima invasione del Longobardi beneventani.

Intorno al 702, l'estensione della conquista longobarda ad opera del duca Gisulfo I (689-706) porta alla conquista di Arce, Arpino e Sora, facendo forse trasferire a quest'ultimo centro urbano le prerogative di capoluogo del distretto fino ad allora tenute da Aquinum. Ad Arce nulla è rimasto dello stanziamento longobardo ed è assolutamente difficile fare congetture, visto la mancanza di letteratura scientifica al riguardo.

Un nuovo corso agli eventi della storia del Lazio meridionale la diede, quasi inaspettatamente a detta degli storici, la capitolazione nel nord Italia del regno longobardo, avvenuta nel 774 ad opera di Carlo Magno (754-814). Alle intese in senso antibeneventano tra il papa Adriano I (772-795) e Carlo Magno, prima della caduta del regno e subito dopo, il duca Arechi II (772-787) reagisce innalzando il ducato di Benevento al rango di principato e riprendendo la politica militare contro il ducato romano. Fu così che agli inizi del 787 il re franco scese nell'Italia meridionale per sottomettere il duca longobardo. La politica di insinuazione portata avanti da Adriano I contro i Beneventani fu oltremodo ripagata da Carlo Magno proprio con la promessa di donazione di una serie di territori fra il Liri e il Volturno, insieme con Sora, Arpino, Arce, Aquino, Teano e Capua. E se è vero che la donazione non si tradusse mai in un vero e proprio dominio del papato, è anche vero che da allora Montecassino entra nell'orbita carolingia, diventandone l'osservatorio avanzato nella Longobardia minore.

La conquista di Sora del 702 ed il probabile trasferimento in quella della sede distrettuale, di cui peraltro si è già parlato, dovettero causare una forte crisi demografica nel centro urbano di Aquino. Al contrario, le campagne intorno alla Valle del Liri, grazie al processo di colonizzazione portato avanti dai monaci cassinesi, registra un incremento della popolazione, salvo poi subire un ennesimo tracollo con l'arrivo dei Saraceni che nell'846-847 invasero Aquino e saccheggiarono Arce.

A distanza di soli dieci anni le scorrerie arabe ad Aquino ed Arce e nell'862 a San Vincenzo al Volturno rendono testimonianza della profonda crisi politica dell'intera Valle del Liri. Le fonti sono ora abbastanza chiare circa quel processo di trasferimento in zone fortificate, certamente compiuto già alla meta del secolo X: ad Arce la zona fortificata, ancora oggi denominata il Castello, si può identificare con l'attuale sito della casa comunale alle spalle della chiesa parrocchiale.

Nel 1122, Arce, separata dalla contea di Aquino, fu concessa a Guglielmo figlio di Pandolfo della stessa famiglia dei conti d'Aquino. Pochi anni dopo, nel 1155, l'intero centro abitato fu incendiato da Riccardo dell'Aquila privato del suo Stato insieme con gli altro baroni Mario Borrello, Roberto di Bassavilla e il conte di Rupecanina.

Nell'ultimo scorcio del sec. xii il castello di Isola era sotto il dominio di Corrado di Marlenheim, conte di Sora, che con incursioni piratesche cercava di espandere i confini del proprio ducato nel vicino Stato della Chiesa. D'altro canto anche Innocenzo III, che in quel periodo perseguiva una politica di recupero del Patrimonium beati Petri, non perdeva mai occasione per intervenire militarmente. I suoi primi due tentativi contro il potente tedesco arroccato nella fortezza di Sorella si tradussero in altrettanti insuccessi; l'occasione del terzo trasse spunto dall'aiuto che il papa intendeva dare ad Isola ripetutamente danneggiata da Corrado. Ma anche questa spedizione avvenuta alla fine del 1207 ed affidata al cardinale Pietro Sassone, rettore della provincia di Campagna, fallì clamorosamente costringendo l'infelice castello a pagare con una grossa somma ricevuta dal papa. Soltanto un quarto tentativo, condotto dallo stesso Pietro Sassone con l'aiuto determinante dell'abate di Montecassino Roffredo, ebbe pieno successo: e fu così che Sora, Isola, Castelluccio (Castelliri) ed altri castelli viciniori entrarono a far parte della contea papale. Ancora nel 1215, come si evince da una donazione di Federico II al conte Riccardo di Sora dell'11 ottobre, i castelli di Sora, Sorella, Arpino, Arce, Fontana, Pescosolido, Brocco (Broccostella), Roccavivi, Isola e Castelluccio facevano parte della contea papale: una donazione che aveva definitivamente sancito il passaggio della contea di Sora dal regno di Sicilia alla Chiesa di Roma. Ma appena Federico II si fu assicurato la corona imperiale incomincia un opera di restaurazione che a poco a poco vanifica il lavoro di Innocenzo III. Nel 1220, appena dopo l'incoronazione avvenuta a Roma, alla presenza di molti baroni e di ecclesiastici fra i quali Stefano abate di Montecassino, scese nel Regno passando per Isoletta. Diede subito ordine a Ruggero dell'Aquila di assediare Rocca d'Arce, possedimento di Stefano cardinale di Sant Adriano e privò Riccardo conte d'Aquino della contea di Arce a Sora. Pochi anni dopo Sora, da sempre fedele alla Sede apostolica, fu costretta a capitolare di fronte all'esercito imperiale il 28 ottobre 1229. Circa un anno dopo, nell'aprile 1230 a Castelluccio, Brocco (Broccostella) e Pescosolido toccò la stessa sorte di che Isola che, assediata da Stefano di Agnone giustiziere di Terra di Lavoro, torna a far pare integrante dei domini regi.

Nel 1265 Arce, invano difesa dalle truppe di Manfredi, venne presa da Carlo d'Angiò chiamato da Clemente IV alla conquista del Regno. Sotto la dinastia angioina Arce e Rocca d'Arce vennero concesso in feudo dapprima al francese Giovanni Gianvilla. Nel 1381 era barone di Arce Giacomo Cantelmo, la cui famiglia mantenne la cittadina sino alla fine secolo XV.

Soltanto con Sisto IV (1471-1484) l'intero ducato di Sora e la contea di Arce furono restituiti a Ferrante I, a patto di concederli in dote alla nipote di quest'ultimo Caterina d'Aragona, figlia del principe di Marzano, promessa sposa a Leonardo della Rovere, nipote del papa. Morti entrambi senza figli, Ferrante I, su richiesta dello stesso Sisto IV, nel 1475 concesse all'altro nipote del papa Giovanni Antonio della Rovere, genero di Federico da Montefeltro duca di Urbino, le città di Sora, Arpino, Fontana, Santopadre, Brocco (Broccostella), Casalvieri, Isola, Isoletta, Castelluccio e Montattico.

Così Arce rimase dominio della famiglia della Rovere fino alla seconda metà del sec. xvi, sotto il ducato di Francesco Maria II, quando l'intero Stato il 12 settembre 1579 fu venduto a Giacomo Boncompagni dietro versamento di 100.000 scudi d'oro, in obbedienza a quella linea politica di papa Gregorio XIII che, al di l? dei possibili onori e benefici che potevano venire al figlio per diritti di nascita, intendeva creargli un vero e proprio Stato. L'appartenenza del ducato di Sora alla famiglia Boncompagni e poi Boncompagni-Ludovisi per il matrimonio del duca Gregorio II con Ippolita Ludovisi è testimoniato anche da una fonte ecclesiastica, il Libro verde conservato nell'Archivio della curia diocesana di questa città: il volume cartaceo venne redatto sotto l'episcopato di monsignor Gerolamo Giovannelli romano che resse la sede sorana dal 1609 al 1632. La descrizione dello stato amministrativo della diocesi, particolarmente dettagliata, elenca i luoghi a seconda della giurisdizione cui erano sottoposti: anche Castelluccio compare fra i territori soggetti al duca Gregorio Boncompagni figlio di Giacomo e Costanza Sforza.

Il ducato e quindi anche Arce rimarranno possedimento della famiglia Boncompagni-Ludovisi fino al 31 agosto 1796.

Il 1796 è un anno importante per questa parte della Terra di Lavoro: non a caso, Ferdinando IV di Borbone, in occasione dell'apertura della strada rotabile fra Sora e Napoli, decretata l'abolizione della feudalità con conseguente aggregazione al demanio regio in tutti quei territori che erano stati dominio dei Boncompagni.

Durante il decennio francese prese il via quel processo di riforme che già la Repubblica napoletana aveva in parte preannunciato: e in tal senso vanno ricondotte l'eversione dei beni feudali, la soppressione degli ordini religiosi e la formazione del catasto onciario. Venne anche ridisegnato l'assetto amministrativo di tutto il Regno: in base alle leggi 8 agosto 1906 e 19 gennaio 1807 Sora divenne capoluogo di un distretto costituito dai circondari di Atina, Alvito, Arpino, Arce, Roccasecca, Cervaro, Colli, Venafro, San Germano e la stessa Sora che comprendeva Sora stessa, Brocco, Castelluccio-Isola di Sora e Pescosolido.

L'Unità e gli anni immediatamente successivi furono tristemente noti nel Regno per il fenomeno del brigantaggio, particolarmente acuto nelle zone di confine come Castelluccio, ma tristemente noto anche ad Arce come testimoniano i fascicoli processuali del Tribunale speciale per la repressione del Brigantaggio. Data la portata del fenomeno il Governo intervenne con la legge 15 agosto 1863 n. 1409, detta Pica, che dettava norme precise e circostanziate circa la sua repressione. Negli intenti del legislatore la legge doveva rimanere in vigore fino al 31 dicembre 1863, anche se nuove leggi di proroghe ne protrassero l'applicazione fino al 31 dicembre 1865. L'emanazione della legge peraltro mise in moto un meccanismo che fu necessario corredare di nuove leggi insieme a disposizioni e circolari che regolassero la materia e risolvessero i numerosi quesiti derivanti dall'applicazione dei singoli articoli. La competenza a giudicare sui briganti venne sottratta alla giurisdizione ordinaria e affidata ai tribunali militari che la esercitavano nell'ambito territoriale di tutte quelle province dichiarate "infestate" dal brigantaggio con r.d. 20 agosto 1863 n. 1414, e la cui procedura, mancando fra l'altro del grado di appello, garantiva un risultato più immediato e in perfetto allineamento con i piani dell'esecutivo. In base alla circolare n. 29 del Ministero della Guerra datata 21 agosto 1863 e relativa alle competenze territoriali dei nuovi tribunali, quello per i circondari di Formia, Sora ed Avezzano aveva sede a Gaeta. Tutta la documentazione prodotta dai Tribunali militari venne dapprima inviata presso l'Avvocato generale militare e costituendo l'anzidetto fondo Tribunali militari di guerra per il brigantaggio nelle provincie meridionali comprendente gli anni 1862- 1866. Il fondo insieme ad altre serie documentarie venne versato intorno al 1920 dal Tribunale supremo di guerra e marina all'allora regio Archivio di Stato di Roma e quindi trasferito nella sede dell'Archivio centrale dello Stato dove ha sede tuttora.

Il travagliato processo di unificazione fece emergere, oltre al problema, ormai annoso del brigantaggio, anche quello triste dell'emigrazione, in un periodo storico in cui era assolutamente inesistente ogni sorta di legislazione in materia. Il fenomeno dell'emigrazione era strettamente legato a quello della crisi industriale, nella fattispecie quella laniera della Valle del Liri: un industria che risente e molto del mancato collegamento ferroviario, per essere rimasta fuori dalla linea Roma-Napoli e dell'incapacità di adeguarsi al radicale cambiamento del tipo di produzione su scala europea, basato sul massiccio uso di lana rigenerata. Sono poche le fabbriche fra il 1850 e il 1860 che se ne occupano: quella più all'avanguardia è la Rassinger di Isola del Liri. Queste e molte tessitorie di Arpino, pur nella difficile ripresa, agli inizi degli anni Settanta, non riuscirono ad operare una idonea politica imprenditoriale di rinnovamento degli impianti, di ricerca di nuovi prodotti legati al mercato, di reimpiego di capitali; come dimostra anche il fatto che il settore produttivamente più resistente è proprio la tessitura praticata in modo antiquato.

Quando alle inadeguatezze strutturali si accompagna la grande depressione del 1873 la crisi dei lanifici subisce un'ulteriore accelerazione: la tessitura fu notevolmente colpita tanto da registrare un non trascurabile calo occupazionale in tutta la Valle del Liri. Molte aziende di Arpino e Sant'Elia Fiumerapido furono costrette a chiudere e, come è facile immaginare, la crisi ebbe la sua principale ripercussione sulla classe operaia. Il ceto imprenditoriale, al contrario, fu quello che riuscì a subire le perdite minori, soprattutto riconvertendo i capitali fino ad allora accumulati nell'industria della carta: così i Rassinger e i Viscogliosi. Comunque alla fine degli anni Ottanta restava ben poco in queste zone dell'industria laniera: solo 6 filande a Sora, Isola, Sant'Elia, Piedimonte e Castelliri: la lavorazione era quindi tutta manuale e l'occupazione complessiva limitata a poco più di 800 persone. La crisi irreversibile continuerà anche negli anni successivi, nonostante la resistenza di piccoli imprenditori, dei deboli tentativi di quella nuova impresa alla richiesta di feltri da parte delle cartiere. All'inizio del nuovo secolo a Isola risultano in attività ancora tre fabbriche di feltri e quattro di panni per un complessivo di 2250 operai, ma ormai il ciclo della proto industria laniera del Liri poteva dirsi concluso.

Durante i primi anni dell'800 gli emigranti dell'ex regno borbonico si diressero verso i paesi europei, ma a partire dal 1886-1887, grazie all'apertura del mercato americano che offriva maggiori possibilità di guadagno, ci fu un'inversione di tendenza che fece lievitare il fenomeno dell'emigrazione transoceanica. Rispetto agli altri distretti provinciali, il circondario di Sora partecipa all'esodo con il contributo pi? consistente, tanto che nel censimento del 1881 eseguito per conto del Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, contava ben 2662 assenti. Negli anni successivi (1882-1887), pur mantenendosi costante a livello di fenomeno locale non raggiunse più le punte esasperate degli anni passati. Dopo la legge del 30 dicembre 1888 n. 5877, volta ad evitare le speculazioni che mietevano vittime a non finire tra gli emigranti del circondario, più organica fu quella del 31 gennaio 1901 n. 23 che previde l'istituzione di un ufficio apposito per l'applicazione della stessa legge: il Commissariato generale dell'Emigrazione. In tal modo furono abolite tutte quelle agenzie di intermediazione che, come già accennato, lucravano scandalosamente sulla buona fede degli emigranti messi in diretto rapporto col vettore, al quale veniva data la concessione di effettuare il trasporto solo se presentava determinate e documentate garanzie. Il flusso migratorio torna a farsi sentire pesante negli anni critici dell'età giolittiana fra il 1901 e il 1913: basti pensare che nel circondario di Sora, soltanto nel 1905, partirono tante persone quante erano partite in quindici anni dal 1876 al 1890. Nel caso particolare di Arce, il censimento del 1901 su abitanti registra una percentuale molto alta di emigranti. Un dato positivo fu che agli inizi del secolo quel carattere temporaneo che era stato un fattore tipico e dominante dell'emigrazione continentale, comincia ad estendersi, anche se in misura più relativa, a quella transoceanica, facendo sentire i suoi benefici influssi sull'economia locale e nazionale. Il lavoratore, contando di ritornare in patria, lasciava sempre più volentieri la famiglia a casa, provvedendo ai bisogni di essa con l'invio di rimesse, le quali contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero. Ormai, quindi, agli inizi del secolo le masse di lavoratori in uscita non erano più prive di appoggio, tantomeno erano più esposte a fenomeni di strumentalizzazione e/o prevaricazione, essendo guidati e assistiti perchè in grado di contribuire notevolmente al miglioramento economico della madrepatria. Tuttavia i costi in termini affettivi ed umani rimanevano per altissimi, e tutti a carico di chi partiva: nessun governo, nessuna legge avrebbe mai potuto pagarli.

 

Nella sua lunga storia Sora e il suo circondario furono colpiti dal terremoto diverse volte, nel 1349 e ancora nel 1654; ma nessuno incise tanto sul tessuto urbanistico e sulla storia sociale e politica come quello del 13 gennaio 1915 che interessa, oltre al capoluogo lirino, anche la Marsica, la Valle Roveto e parte della provincia di Roma. In quell'occasione Arce subì ingenti danni: basti pensare che la ricostruzione dura fino agli anni Cinquanta[1].


Tra la fine e gli inizi di questo secolo anche Arce, come altre località della Valle del Liri, fu interessata dal movimento di protesta dei contadini e in generale di quello degli operai occupati per lo più nelle fabbriche della vicina Isola del Liri.
 

Nel 1927, all'interno del riassetto amministrativo voluto dal regime fascista, Arce entra a far parte della neonata provincia di Frosinone.

Le pagine più tristi della storia cittadina del primo Novecento sono comunque quelle scritte dalle vicende della seconda guerra mondiale, quando le truppe militare tedesche avevano occupato anche il territorio di Arce, liberato solo dall'arrivo degli alleati il 29 maggio 1944.

L'economia del paese appena dopo la guerra era nel dissesto più completo. Dalla documentazione superstite conservata nell'archivio storico comunale si evincono i segni indelebili lasciati dalla truppe tedesche. I soccorsi militari, l'assistenza ai profughi, presenti in gran numero nel nostro territorio, le pratiche per i danni di guerra rendono netta la testimonianza della grave crisi che attraversa il paese in quegli anni.

Come era già avvenuto in epoca giolittiana, nel dopoguerra e fino ancora al 1956 i flussi migratori verso il Belgio, la Francia meridionale, la Svizzera e le Americhe diminuirono di molto ad Arce il tasso della popolazione.

Nondimeno a tamponare la disoccupazione dei primi anni Cinquanta intervenne lo Stato con la legge sui Cantieri lavoro: i finanziamenti arrivati al Comune tramite la Prefettura venivano spesi per compiere opere pubbliche o rimboschimenti. Furono così costruita la strada in località Fontanelle (1949-1957), il campo sportivo (1950-1964), si provvide al rimboschimento del bosco 'Isoletta' (1951-1961).

Non giunse mai a termine, invece, la costruzione dell'ospedale per cui erano già pronti i finanziamenti statali e la richiesta di mutuo alla Cassa Depositi e Prestiti: la pratica aperta nel 1952 si chiuse nel 1968 senza dare alcun esito positivo, malgrado fossero già pronte le prime bozze di progetto.

Intanto la legge 10 agosto 1950, n. 646, Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell'Italia meridionale, più nota come Cassa per il Mezzogiorno, contribuì a risollevare le sorti di Arce e di tutti territori limitrofi, grazie alla creazione dell'indotto che assorbe quasi totalmente la manodopera locale.

La recente storia cittadina è essenzialmente legata alla sua posizione ancora una volta strategica, essendo a metà strada fra Napoli e Roma, che ha permesso uno sviluppo economico differenziato nei diversi settori delle attività commerciali.

 

 

[1] Archivio di Stato di Frosinone (d'ora in poi ASFr), Genio Civile, sez. di Sora, bb. 1-252.